È curioso che Lacan scelga la serie di Fibonacci per parlare dell’affetto, del desiderio e della mancanza. Curioso solo in apparenza. In realtà, questa scelta dice molto di come la psicoanalisi lacaniana pensi il soggetto: non come un’unità compatta, ma come una proporzione instabile, una relazione che si produce solo nella ripetizione. Il numero aureo, spesso romanticamente celebrato come armonia naturale, non è per Lacan il segno di un ordine prestabilito, ma l’effetto di un accordo che emerge retroattivamente. Non si tratta di una bellezza progettata in anticipo, ma di qualcosa che “canta meglio” perché risuona con una struttura più profonda, non visibile, non cosciente. La serie di Fibonacci mostra che ogni termine nasce dalla somma dei due precedenti. Nessun elemento è autosufficiente. Ogni numero è debitore di ciò che lo precede. È qui che Lacan innesta la sua lettura del soggetto: l’“io” non è mai uno, non è mai primo, non è mai originario. L’“io sono” non appare come fondamento, ma come effetto di una ripetizione che costa. Ogni volta che il soggetto si afferma, paga qualcosa. Questo costo è ciò che Lacan chiama il debito del linguaggio. L’affetto, in questa prospettiva, non è un dato immediato, non è una reazione naturale, ma l’effetto di una ripetizione strutturata. L’oggetto a — la causa del desiderio — non precede l’effetto, ma sorge da esso. È nel primo effetto che nasce la causa come causa pensata. Qui Lacan rovescia ogni psicologia ingenua: non desideriamo perché ci manca qualcosa di chiaro e definito, ma qualcosa ci manca perché il desiderio si è già messo in moto. La mancanza non è un vuoto da colmare, è una struttura da abitare. La barra che Lacan introduce — quel passaggio necessario affinché l’Io sia affetto — segna una divisione irriducibile. Non c’è affetto senza perdita, non c’è ripetizione senza scarto. Ed è proprio questo scarto, questo piccolo a che ritorna sempre uguale pur allontanandosi all’infinito, a garantire la coerenza della serie. Paradossalmente, ciò che non si raggiunge mai è ciò che tiene insieme tutto. Il desiderio non converge verso un oggetto finale, ma si organizza attorno a una mancanza costante. In questo senso, Lacan critica implicitamente ogni tentazione fenomenologica di chiudere il soggetto in un “io penso” che si riflette su se stesso. L’“io penso dunque io sono” non si ripete all’infinito come un’identità che si rafforza, ma come una spirale che si sposta, che differisce, che produce sempre un resto. Questo resto è il Mehrlust, il più-di-godere: non un surplus felice, ma il prezzo pagato per entrare nel discorso, per lasciare un segno. Ciò che si riproduce, allora, non è l’identità, ma la mancanza a essere. L’essere non si afferma come pienezza, ma come marchio, come traccia, come effetto di una ripetizione che non si chiude mai. Tutto il resto — l’idea di un Io capace di inglobare, riunire, pacificare — è sogno. È immaginario. È difesa. La matematica, qui, non serve a garantire certezza, ma a mostrare una struttura: quella di una serie convergente che non arriva mai a possedere il suo oggetto, ma che proprio per questo continua a muoversi. Il piccolo a, sempre lo stesso e sempre altrove, è ciò che rende il desiderio inesauribile e il soggetto non riconciliato. In fondo, Lacan ci dice che non esiste armonia originaria, ma solo una proporzione che emerge dalla perdita. E che ciò che “canta meglio” non è ciò che è completo, ma ciò che accetta di non chiudersi. Come la serie di Fibonacci, il soggetto è fatto per continuare, non per arrivare.

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Fonti:

J. Lacan – Seminario XVII;

G. Ventura – il teorema di Fibonacci.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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