Nelle Enneadi Plotino afferma che ogni essere umano contiene al suo interno il tutto. Quindi è come se ognuno di noi avesse un mondo dentro di sé, e che questo mondo si schiude in determinati momenti estatici che ci riguardano nell’arco della vita.

Ma possiamo dirci di essere un tutto? Viviamo in un’epoca in cui il fare parte di un tutto si traduce in relazioni sociali, lavorative e così via. Come se non ci fosse tanto altro che si estende al di fuori di queste relazioni oggettuali. E forse è così. Ma allora cos’è quella sensazione di solitudine che talvolta proviamo intrisi nel mondo in cui viviamo?

Pieno di stimoli, di rumori, di gesta, ciò che molte volte manca è la parola. Ma non la parola proiettata all’esterno, quella rivolta al nostro interno. Plotino, ispirandosi a Platone, dice che siamo immagine di qualcosa di più grande, e lui lo vede in questo Uno.

Ora, nell’Uno ognuno di noi ci vede quello che preferisce. Un Dio, un ordine naturale. Sta di fatto che siamo fatti, come sostiene Wilde, della stessa materia delle stelle. Questo vuol dire che quegli attimi di solitudine fanno comunque tutti parte di un riflesso lucente che ci riguarda da vicino.

Dov’è la luce? La luce è presente anche quando noi non la vediamo. Veniamo da lì, da un qualcosa che ci illumina e ci fa vivere in un respiro totale. Noi siamo quel totale con il quale ci scontriamo. E il percorso di un’analisi, ad esempio, ci fa ascoltare più da vicino quest’Uno. Forse allora l’Uno siamo noi? E dove si trova? In quelle piccole pieghe di eterno, che, talvolta, ci fanno anche soffrire.

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Plotino – Enneadi

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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