Ci sono giornate di lavoro che non sono semplicemente lunghe: sono dilatate. Il tempo non scorre, si accumula. Ogni ora pesa più della precedente, ogni gesto sembra ripetersi senza produrre alcun avanzamento reale. Non è la fatica fisica a renderle interminabili, ma una stanchezza più sottile, che riguarda il senso stesso di ciò che si sta facendo. Dal punto di vista psicologico, queste giornate hanno una struttura precisa. Non dipendono solo dal numero di compiti, ma dal rapporto che il soggetto intrattiene con il proprio desiderio. Quando ciò che facciamo non incontra più ciò che ci muove, il tempo perde ritmo. Non è più orientato, diventa circolare. Si lavora, ma senza che il lavoro lasci traccia. Si è presenti, ma non coinvolti. È qui che il tempo si allunga fino a diventare quasi insopportabile. La filosofia lo ha intuito da tempo. Già in Heidegger il tempo non è una misura neutra, ma una modalità dell’esistenza. Quando il nostro esserci è svuotato di progetto, il tempo non accompagna più: grava. Non è qualcosa che passa, ma qualcosa che ci sta addosso. Le ore di lavoro interminabili sono spesso il segnale di una frattura tra ciò che siamo chiamati a fare e ciò che, in modo più o meno consapevole, desideriamo essere. In ambito psicoanalitico, queste giornate parlano di un’altra cosa ancora: del rapporto con l’Altro. Il lavoro, soprattutto nel contemporaneo, è diventato uno dei luoghi principali in cui cerchiamo riconoscimento. Quando questo riconoscimento manca, o quando diventa puramente formale, il tempo si svuota di valore simbolico. Si lavora “perché si deve”, non perché qualcosa lì trovi un senso. E il corpo lo sa prima della mente: stanchezza precoce, irritabilità, una noia che non è semplice mancanza di stimoli, ma una forma di sofferenza silenziosa. C’è anche un aspetto culturale da considerare. Viviamo in un’epoca che esalta la produttività, ma non sa più dare un significato al produrre. Le giornate interminabili a lavoro sono spesso il rovescio di questa logica: fare molto senza sapere per chi, per cosa, verso dove. Il tempo allora non è più vissuto come investimento, ma come sottrazione. Ogni ora sembra rubata alla vita, non parte di essa. Eppure, queste giornate dicono qualcosa di importante. Sono segnali, non solo disagi. Indicano un punto di attrito tra il soggetto e la struttura in cui è inserito. Non sempre chiedono un cambiamento immediato, ma chiedono di essere ascoltate. Perché quando il tempo diventa insopportabile, non è il tempo il problema. È il posto che occupiamo dentro di esso. Forse la vera stanchezza non viene dal lavorare troppo, ma dal lavorare troppo a lungo in un luogo in cui non ci si riconosce più. E le giornate interminabili sono il modo più onesto che abbiamo per accorgercene.
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Fonti essenziali
M.Heidegger-Essere e tempo;
S. Freud- Il disagio della civiltà.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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