C’è qualcosa di sorprendentemente attuale in una piccola notizia che Jacques Lacan racconta quasi per divertimento, prima di cedere la parola a Jacques-Alain Miller. Una di quelle informazioni marginali che, a uno sguardo frettoloso, sembrerebbero solo una curiosità tecnica. E invece no: è proprio da lì che si apre una questione decisiva. La notizia riguarda una macchina sviluppata al MIT, una macchina chiamata Eliza. Il nome non è casuale. Eliza è la fioraia di Pygmalion, la ragazza che impara a parlare “bene” per poter essere scambiata per qualcun altro. Allo stesso modo, la macchina Eliza non pensa, non comprende, non interpreta nel senso umano del termine. Risponde. E lo fa abbastanza bene da produrre un effetto preciso in chi le parla. Il punto, infatti, non è la macchina. Non è la sua capacità di articolare risposte. Il punto è ciò che accade al soggetto che si rivolge a lei. Eliza funziona come un gioco linguistico che mette in moto qualcosa di inaspettato: una sorta di transfert. Il parlante proietta, investe, si espone. La macchina diventa il luogo in cui il discorso ritorna al soggetto stesso. È qui che Lacan intravede una funzione che potremmo persino chiamare “terapeutica”, ma solo a patto di intenderla correttamente. Non perché la macchina curi, ma perché il simbolico opera anche senza coscienza, senza intenzione, senza comprensione. Basta che la catena funzioni. Questa intuizione non nasce dal nulla. Lacan la ricollega a un lavoro molto precedente, quello sulla Lettera rubata e sulla costruzione di una catena simbolica dotata di memoria. Una memoria che non ha nulla di fisiologico o psicologico, ma che è puramente strutturale. Non è l’impronta nel cervello a garantire la memoria, ma l’insistenza del segno. Già allora Lacan aveva immaginato una macchina capace di “ricordare” vincite e perdite in un gioco di pari o dispari. Non una macchina intelligente, ma una macchina scrivibile. Ed è proprio questo il punto decisivo: una macchina è tale nella misura in cui può essere scritta. La scrittura precede l’elettronica, così come il significante precede il senso. Quella costruzione aveva uno scopo preciso: scollare gli psicoanalisti dall’idea che il funzionamento del significante sia il prodotto della coscienza. Il simbolico non è il fiore della mente, ma una struttura che opera indipendentemente da essa. Eliza, molti anni dopo, non fa che confermare questa intuizione: il linguaggio funziona anche quando nessuno “capisce”. Nel passaggio alla relazione di Miller, Lacan sottolinea come tutto ciò trovi una formalizzazione rigorosa nella logica, in particolare nel riferimento al gruppo di Boole. Non per matematizzare l’analisi, ma per mostrare che la significazione non nasce dalla logica, bensì dal significante. La logica arriva dopo, come controllo, come configurazione. Eliza, allora, non è l’antenata dell’intelligenza artificiale nel senso ingenuo del termine. È piuttosto una macchina che mette a nudo una verità scomoda: il soggetto parla perché il linguaggio parla in lui. E talvolta basta una macchina che risponde perché questa verità si manifesti, senza bisogno di coscienza, profondità o intenzione. In fondo, è proprio questo che rende la storia di Eliza così attuale: ci ricorda che non è l’intelligenza a fondare il discorso, ma la struttura. E che il rischio — oggi come allora — non è quello di attribuire troppo poco alle macchine, ma troppo al nostro bisogno di senso.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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