Quando il falso parla e la verità vacilla

C’è una frase che attraversa come una lama il cuore della logica classica: ex falso sequitur quodlibet. Dal falso può seguire qualunque cosa. Jacques Lacan, nel Seminario XIV, non la tratta come una curiosità scolastica, ma come una fenditura strutturale nel modo in cui pensiamo la verità, il linguaggio e il soggetto. Lacan parte da ciò che sembra più innocente: le tavole di verità. Vero (V) e Falso (F) vengono disposti in una griglia, come se bastasse una regola di scrittura per dire cosa vale e cosa non vale. La congiunzione, la disgiunzione, l’implicazione: tutto sembra riducibile a una macchina formale che funziona “da sola”. Eppure Lacan insiste:

Scriverlo sarà infatti il fondamento della nostra manipolazione.

La verità, per poter essere trattata, deve essere scritta. Ma scrivere non significa dire il vero. Significa iscrivere un significante in una catena regolata da assiomi. La logica moderna, ricorda Lacan, non nasce da una convenzione “realistica”, ma da un atto simbolico: costruire un alfabeto e darsi regole per manipolarlo. Il punto critico emerge quando ci chiediamo:

possiamo davvero maneggiare il vero e il falso come semplici segni?

Gli stoici avevano già colto l’abisso. Per loro la logica non verte sulle cose, ma sulle proposizioni. Ed è qui che appare la formula scandalosa: dal falso può essere implicato tanto il vero quanto il falso. Se la protasi è falsa e l’apodosi è vera, l’implicazione è comunque vera. Non perché “abbia senso”, ma perché la logica non riguarda il mondo, bensì la struttura della catena significante. L’unico caso proibito è che il vero implichi il falso. Questo è il fondamento minimo affinché il linguaggio possa ancora pretendere di “dire qualcosa”. Ma ciò che Lacan mette in luce è che questa architettura scritta entra in crisi non appena interviene il soggetto dell’enunciazione.

Quando diciamo:

È vero che è falso… È falso che sia vero…

accade qualcosa che nessuna tavola di verità può esaurire. Il falso rimane falso, ma riceve una sorta di lustro simbolico. Diventa un “falso fulgente”. La scrittura regge, ma il senso slitta.

Qui si apre il dramma:

la verità non coincide mai con il suo segno.

Il significante non può significare se stesso, se non al prezzo di una metafora — e ogni metafora, dice Lacan, genera significato falso. Così il linguaggio, proprio quando cerca di essere più rigoroso, produce la sua ombra: confusione, scivolamento, ambiguità.

Qualcuno, racconta Lacan, gli chiese:

Perché non dice il vero sul vero?

Una domanda commovente e impossibile.

Perché il vero, nel momento in cui viene detto, entra nella catena dei significanti e perde la sua pretesa di coincidere con se stesso. Non esiste una metalingua pura: ogni tentativo di “dire la verità sulla verità” genera un altro livello di slittamento. La logica, nel suo rigore, funziona solo finché resta scrittura. Ma quando entra in gioco il soggetto, la verità si incrina.

Ex falso: non un errore, ma una struttura

Ex falso sequitur quodlibet non è una stranezza da manuale.

È il segno che il linguaggio non è un sistema chiuso, ma un campo attraversato da una mancanza strutturale. É ciò che rivela che la verità non è un dato, ma un effetto di struttura. Nel punto in cui crediamo di padroneggiare il vero con una tavola, un assioma o una formula, il soggetto riappare come resto, come scarto, come “vasetto vuoto” che non può essere riempito senza perdere consistenza.

E forse è proprio questo il cuore del gesto lacaniano:

mostrare che la verità non si dimostra, si produce, e sempre a partire da una frattura.

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Fonti:

J. Lacan – Seminaio XIV

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Dott. Giocondo VivoneS

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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