Verrà la morte e avrà i tuoi occhi non è una poesia sulla fine, è una poesia sulla presenza costante della fine dentro ogni gesto quotidiano, dentro ogni sguardo, dentro ogni forma d’amore che ci illudiamo sia salvezza ma che in realtà è solo il luogo più intimo in cui la morte impara a parlare. Non c’è tragedia in Pavese, non c’è catastrofe, c’è una calma spaventosa: la morte non arriva, accompagna, dal mattino alla sera, insonne, come un vizio, come un rimorso che non fa rumore, come qualcosa che non si può più distinguere dalla vita stessa. Gli occhi dell’altro diventano lo specchio in cui la fine prende forma, non come evento ma come struttura, come modo di abitare il tempo, come condizione permanente dell’esistere. È per questo che la morte non è descritta come distruzione ma come riconoscimento, come smettere un vizio, come rivedere un viso già morto, come ascoltare un labbro chiuso: non succede nulla di nuovo, si compie solo ciò che era già in corso da sempre. Pavese intuisce qualcosa che oggi facciamo fatica ad accettare: che il legame più profondo con l’altro non è consolatorio, non è riparativo, ma è il luogo in cui impariamo a guardare la nostra stessa finitezza senza più difese, senza più rumore, senza più narrazione. La speranza non è opposta al nulla, è identica al nulla, è la forma più elegante con cui impariamo a convivere con l’assenza di fondamento. Non c’è redenzione in questo testo, c’è un addestramento alla perdita, una pedagogia dello sguardo che ci prepara a scendere nel gorgo muti, senza eroismi, senza psicologia, senza identità forti, solo con la consapevolezza che ciò che chiamiamo vita è già attraversato dalla sua fine, che ciò che chiamiamo amore è già il punto in cui la morte ha trovato il suo volto, e che forse maturare non significa salvarsi, ma imparare a restare in silenzio davanti a ciò che non si può più evitare né spiegare.
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Fonti: C. Pavese –Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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