In un’opera monumentale come “Santo Genet”, Sartre approfondisce e analizza un concetto cardine alla base della sua filosofia, ossia quello di “risignificazione”.

Un bambino di dieci anni sta giocando in cucina, fino a quando non sente di essere solo. Lo assale l’angoscia, ma non quella a là mode Heideggeriana, ma di connotazione contemporanea. E per un bambino di dieci anni diventa difficile darle un nome! Allora la sua mano si muove, aprendo un cassetto della cucina, e rubando da un piccolo sacchetto. Il bambino si gira, e alle sue spalle compare la figura di un adulto che ha visto tutta la scena. “Tu sei un ladro”, gli viene detto.

Questo bambino é appunto Jean Genet, pittore, poeta, che passerà una vita ai margini, tra furti, reati, tossicodipendenze. E tutto parte da quella frase che gli fu rivolta da bambino. L’Altro simbolico, come direbbe Lacan, ha parlato, gli ha dato un ruolo, un nome, che gli è piombato addosso con tutto il suo peso.

Come fa un essere umano a cambiare la propria posizione dopo un atto simbolico di questo tipo? Non può. Si riconoscerà in quello in maniera passiva, ripeterà il gesto, si farà appellare più volte come ladro. In una sorta di iterabilità come direbbe Derrida, quindi di una ripetizione, ovunque lui sarà riconosciuto come il ladro.

Ma Sartre, e poi Lacan, non la vedono allo stesso modo. E tutto si concentra in quel “Tu”. Quel “Tu”, fin quando rimane tale, è come la cicatrice inferta da un Altro verso cui non si ha potere, la marchiatura che determina la tua vita. Il processo più difficile è arrivare a un “Io”. Un “Io” non di natura comportamentista, bensì una riappropriazione di quel gesto. Ed è lì che interviene la risignificazione. La libertà, per quanto magari apparente e immaginaria, ma efficace, di diventare soggetti, di conferire al proprio mondo un nome di cui scegliamo di appropriarci.

Se l’uomo è condannato ad essere libero, nel ciclo ripetitivo della sua condanna, ciò che può fare é introdurre un cambiamento in questo ciclo. Lo scarto, che lo identifica in quanto soggetto. La capacità di diventare tale dicendo: Io sono un ladro. E allora può cambiare anche il suo destino segnato dall’Altro.

Magari quel bambino non sarebbe cambiato. Sarebbe diventato un ladro, un delinquente, come Genet in parte è diventato. Ma, nella ripetizione dell’atto di trasgressione, quel bambino ha cercato la sua libertà altrove, il suo essere soggetto nello scrivere, non per uccidere l’Altro, ma per assumersi il proprio nome.

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Jean Paul Sartre – Santo Genet

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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