L’intuizione di Kundera ne L’insostenibile leggerezza dell’essere agisce come un bisturi sulla carne del legame amoroso: forse non siamo capaci di amare proprio perché desideriamo essere amati. In questa apparente tautologia si nasconde lo scacco del narcisismo contemporaneo, quel cortocircuito dove l’Altro scompare per diventare il fornitore di una conferma di cui abbiamo disperatamente bisogno. Quando cerchiamo “qualcosa” dall’altro – che sia l’amore, il riconoscimento o la riparazione delle nostre ferite – non ci stiamo muovendo verso un incontro, ma verso una transazione. Per la psicoanalisi lacaniana, questa è la trappola della domanda: un appello incessante che, pur rivolgendosi all’esterno, rimane prigioniero dell’Io e della sua mancanza a essere. Vogliamo che l’altro sia lo specchio che ci restituisce un’immagine integra, un oggetto che colmi il vuoto della nostra castrazione. Tuttavia, l’amore che non è pretesa richiede una spoliazione radicale. Kundera parla di avvicinarsi “senza pretese”, volendo solo la “semplice presenza” dell’altro. Questo passaggio segna il confine tra l’amore come possesso e l’amore come atto: amare non è ricevere ciò di cui manchiamo, ma, come suggeriva Lacan, è “dare ciò che non si ha”. È la capacità di stare davanti all’alterità dell’altro senza volerla ridurre a un’utilità, senza pretendere che essa risponda ai nostri fantasmi. In questa “semplice presenza” risiede una leggerezza che per molti è insostenibile, poiché ci mette a nudo davanti al fatto che l’altro non ci deve nulla. L’incontro vero accade solo quando rinunciamo a fare dell’altro il tappo della nostra angoscia, accettando che la sua esistenza sia un dono gratuito e non la risposta a un nostro ordine. Solo nel vuoto della pretesa può finalmente risuonare la voce del desiderio, che non chiede di essere posseduto, ma di essere riconosciuto nella sua irriducibile e splendida solitudine.

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Fonti:

M. Kundera – L’insostenibile leggerezza dell’essere.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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