Esiste un punto di arresto, un inciampo nel discorso del mondo, che non si risolve nel fragore della rivolta ma nel sussurro di una preferenza negativa. Quando Herman Melville mette in bocca al suo scrivano la formula “I would prefer not to”, non sta semplicemente descrivendo un rifiuto, ma sta tracciando il perimetro di un’etica radicale. Egli non dice “no” – un atto che nutrirebbe ancora la dialettica del potere, offrendo al padrone un appiglio per la negoziazione o la punizione – ma apre una zona di sospensione, un vuoto pneumatico dove il comando perde la sua presa. È proprio in questa sospensione che Slavoj Žižek riconosce la forma più radicale di soggettivazione contemporanea. In un’epoca dominata dall’imperativo superoico del “Godere!”, dove l’Altro non chiede più obbedienza ma una partecipazione entusiasta e performativa, la figura di Bartleby emerge come un resto inassimilabile. Per lo psicoanalista lacaniano, questo gesto risuona come la destituzione del Grande Altro: Bartleby abita l’ufficio di Wall Street come un oggetto a, una presenza che non produce valore ma che, proprio nella sua opacità, rivela la vacuità del sistema significante che lo circonda.
Scrivere di questa sottrazione significa interrogare quella verità che si manifesta solo nel sottrarsi allo sguardo. La “preferenza” di Bartleby è il grado zero del desiderio, il punto in cui il soggetto smette di offrirsi come specchio per le aspettative dell’Altro e accetta la propria mancanza come unica bussola. Žižek legge in questa inattività una “violenza divina”: non un atto di distruzione fisica, ma un intervento che paralizza simbolicamente l’ordine esistente. È una violenza che sospende i legami immaginari del consenso sociale, fermando il tempo circolare dell’obbligo e della ripetizione produttiva, per aprire uno spazio di puro potenziale. Nella clinica, incontriamo spesso soggetti saturati dal dover essere, schiacciati da un ideale dell’Io che esige una produttività senza sosta e senza senso. L’analisi, allora, diventa lo spazio dove quel “preferirei di no” può finalmente risuonare non come sintomo inibitorio, ma come atto di libertà. È il momento in cui il velo non si squarcia per rivelare un nuovo contenuto, ma per mostrare che dietro la maschera della necessità sociale non c’è che il vuoto fecondo della propria singolarità. Bartleby ci insegna che la vera resistenza non consiste nel fare l’impossibile, ma nel rifiutare di fare il possibile quando questo non è altro che l’alienazione del proprio desiderio.
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Fonti:
M. H. Bartleby – lo scrivano: una storia di Wall Street;
S. Žižek- In difesa delle cause perse;
J. Lacan – Il Seminario. Libro X. L’angoscia (1962-1963).
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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