La febbre storica di cui scriveva Nietzsche nelle sue Considerazioni inattuali non è mai stata così ardente e, al tempo stesso, così gelida come nell’epoca del narcisismo digitale e dell’accumulo compulsivo di tracce. Come psicoanalisti, siamo quotidianamente testimoni di questa “formazione storica” che l’epoca vanta come un trofeo: una saturazione di informazioni, un archivio infinito di ricordi cristallizzati in pixel che, anziché liberare il soggetto, lo inchiodano a un passato museificato, privo di quel sangue che rende la vita degna di essere vissuta. Nietzsche intravede con una preveggenza quasi spaventosa il rischio che il sapere diventi un ostacolo alla vita stessa, trasformando l’uomo in un eterno spettatore di un’eredità che non sa più abitare, un collezionista di gusci vuoti che ha smarrito il legame con la sorgente pulsionale del proprio essere. In termini lacaniani, potremmo dire che l’eccesso di memoria storica satura il campo dell’Altro, ingombrandolo di detriti simbolici che impediscono quella separazione necessaria affinché il desiderio possa emergere come una forza nuova, come un evento irriducibile, e non come la semplice e stanca ripetizione di un catalogo già scritto. Questa “formazione” di cui l’epoca va fiera, questa pretesa di possedere il mondo attraverso la sua catalogazione totale, è in realtà un’inibizione profonda del desiderio, una paralisi del gesto creativo che preferisce la sicurezza mortifera del già accaduto al rischio vertiginoso dell’incontro con l’Inatteso. Il malessere che Nietzsche descrive come un “danno” e una “colpa” risuona nella clinica contemporanea come una forma di melanconia diffusa, dove il tempo non è più una dimensione di apertura ma un contenitore colmo di resti che soffocano il respiro del soggetto. Se ereditare, come ci ricorda costantemente l’insegnamento di Recalcati, non è un processo passivo di ricezione ma un atto di riconquista che passa inevitabilmente attraverso il tradimento della lettera per salvarne lo spirito, allora la febbre storica è precisamente l’impossibilità radicale di ereditare. È l’incapacità di operare quel taglio necessario, quel “no” al passato come destino, che trasforma la cronaca del trauma in una storicizzazione soggettiva, ovvero in una parola piena capace finalmente di dire “io” senza restare impigliata nel lamento del “già stato”. Siamo oggi schiacciati da un passato che non passa perché, paradossalmente, non viene mai realmente perduto; restiamo intrappolati in una rete di memorie digitali e psicologiche che ci impedisce di dimenticare ciò che va dimenticato per permettere alla vita di ricominciare su una tabula rasa. La diagnosi nietzschiana ci interroga con urgenza sulla funzione vitale del vuoto e della mancanza: senza un oblio attivo, senza una zona di silenzio e di oscurità nell’archivio assordante della nostra civiltà, il desiderio resta prigioniero di una febbre divorante che consuma il futuro prima ancora che esso possa essere sognato. Non c’è slancio di Telemaco che possa tenere se il mare è già stato interamente mappato e privato del suo mistero. La sfida della psicoanalisi nel tempo dell’evaporazione del padre e della saturazione degli oggetti è dunque quella di curare questa ipertrofia della memoria, restituendo al soggetto la possibilità di essere autenticamente inattuale. Essere inattuali oggi significa non essere totalmente determinati dal tempo che ci ha preceduto, non farsi divorare dall’archivio dell’Altro, per tornare a rischiare l’atto nel qui e ora, dove la vita non è più un commento a margine di un testo antico, ma un’invenzione che brucia di luce propria.

Fonti:

F. Nietzsche – Considerazioni Inattuali;

G. Agamben – che cos’è il contemporaneo?.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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