Vasco Rossi, in una delle sue canzoni più celebri, canta:

“Perché la vita è un brivido che vola via

È tutto un equilibrio sopra la follia”

Si parla di Sally, un inno all’espressione della voce in quanto soggetto che si può esprimere, in un mondo fatto di illusioni, dolori, gioie, e così via. Ma la cosa più significativa di questo verso è proprio il riferimento alla follia. È veramente tutto un equilibrio sopra la follia? Siamo noi a essere un po’ tutti folli, o è il mondo ad esserlo?

Lacan, diversamente rispetto a Freud che ha sempre posto al limite della società il folle, lo psicotico, ristora fin da subito l’immagine di chi sia un folle, dandogli una vera e propria struttura come fosse un soggetto la cui voce merita di essere ascoltata. La follia non è qualcosa che si estrania rispetto alla normalità, perché tutti abbiamo una scheggia di follia dentro di noi. D’altronde non siamo tutti attraversati da divisioni, mancanze, illusioni che ci fanno vivere?

Questo non vuol dire non riconoscere che nella follia ci sia sofferenza, né tantomeno toglierle importanza come cifra di un dolore psichico reale, concreto. Foucault, analizzando la nascita del concetto di follia a livello storico e istituzionale, descrive la follia come un concetto diagnostico, nato all’interno degli ospedali psichiatrici al fine di controllare tutti quei soggetti che si esprimevano e comportavano diversamente rispetto a una norma precostituita.

Ma alla base di tutto ciò cosa si trova? Un approccio diverso. La follia, da secoli trattata nella marginazione di ciò che non si può comprendere, non è meramente un fattore biologico, o genetico. La domanda non deve essere all’origine della follia, ma: qual è il messaggio che tutto ciò ci lascia? Il folle ha una voce che spesso viene traviata. È un effetto di un linguaggio, o di un potere, che lo chiude sempre di più su se stesso. E se un po’ tutti fossimo folli e fossimo in costante ricerca di un equilibrio?

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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