“Finita, è finita, sta per finire, forse sta per finire».

Si apre così, con questa formula liturgica e sospesa pronunciata da Clov, uno dei testi più perturbanti della letteratura del Novecento: Finale di partita di Samuel Beckett. Un’opera che non è semplicemente un dramma teatrale, ma una vera e propria mappa topografica del deserto contemporaneo, del limite e della struttura stessa della soggettività.

Non è un caso che Beckett scelga la metafora scacchistica. Nel gioco degli scacchi, il “finale di partita” è quel momento della giornata in cui la complessità iperbolica del medio gioco è svanita. La scacchiera si è svuotata, i pezzi barocchi e le strategie gloriose si sono dissolti, e i re vagano in uno spazio desolato, ridotti all’essenziale. Freud stesso, d’altronde, nel 1913 ricordava che di questo gioco si possono insegnare solo le aperture e il finale, perché il resto sfugge a ogni manualizzazione. Esattamente come accade in un’analisi. Entrare nel Finale di partita beckettiano significa entrare nel grado zero dell’essere. Hamm – il re cieco, inchiodato alla sua sedia a rotelle, impossibilitato a muoversi – e Clov – il servitore che non può sedersi e si muove per inerzia – incarnano la forma più pura della dialettica tra il Servo e il Padrone. È l’abbraccio mortifero della nevrosi portorata al suo estremo: restare aggrappati a una sofferenza nota, a un legame asfittico con l’Altro, pur di non sporgersi sul vuoto dell’esistenza. Hamm lo confessa esplicitamente, con la lucidità dolorosa del sintomo: “Io gioco la mia vecchia fine di partita, come un re sulla scacchiera».

È il soggetto che si riconosce prigioniero della propria ripetizione, inchiodato al proprio personaggio, incapace di abdicare.

Ma è proprio qui che il testo di Beckett si converte in una formidabile lezione sulla clinica psicoanalitica, in particolare sul mistero della fine del percorso analitico. Cos’è, infatti, il finale di partita in analisi?

Non è l’approdo a una guarigione ideale, non è lo scacco matto perfetto in cui ogni enigma della vita trova la sua risoluzione geometrica. Il finale dell’analisi, specchiandosi in Beckett, si rivela come un radicale congedo dalle illusioni. È il momento in cui il paziente attraversa il fantasma e sperimenta, sulla propria pelle, che il Grande Altro non esiste, che è bucato, che non custodisce alcuna parola magica capace di dare un senso ultimo e definitivo al suo destino. Non c’è più nessuno sulla scacchiera delle nostre identificazioni immaginarie. Il finale ci mette di fronte alla verità più nuda del soggetto: la castrazione, la ferita, l’assoluta mancanza a essere. Laddove il narcisismo dell’Io reclama un senso totale, l’atto analitico ci conduce alla spogliazione di Beckett: accettare che la scacchiera sia semivuota, ma che quell’ultimo pezzo rimasto siamo noi, e che la responsabilità della mossa non può più essere delegata a nessuno.

Eppure, in questo scenario che potrebbe apparire nichilista, si deposita una luce differente, una luce che interroga la forza stessa della pulsione. Nonostante la desolazione del panorama, nonostante l’assurdità della replica, Hamm e Clov non smettono di parlare. Non smettono di abitare la scena. Non cedono sul gioco. In quella ripetizione ostinata non c’è solo rassegnazione, ma l’insistenza della vita che resiste alla morte, il desiderio che, pur privato di grandi mete e di feticci consumistici, continua a emettere il suo battito. Il finale di partita non è la morte del desiderio, ma il passaggio dal sintomo che incatena al sinthomo che libera: saperci fare, finalmente, con la propria mancanza. Smettere di attendere che l’Altro si muova per noi e trovare il coraggio di compiere quell’unico, obliquo, singolarissimo scarto laterale. La propria ultima, autentica mossa.

Fonti:

S. Beckett – Finale di partita

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese 

Sub Rosa

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