C’è qualcosa di profondamente perturbante, quasi di osceno, nell’apparente pacificazione con cui Stanley Kubrick suggella il suo ultimo capolavoro, un finale che la gran parte del pubblico ha scambiato per un ritorno all’ordine borghese o, peggio, per una cinica riappacificazione romantica. Dopo aver attraversato l’inferno notturno delle loro rispettive pulsioni – lui smarrito nei meandri di una setta alto-borghese che mette in scena la carne come un rituale sacrificale e asettico, lei prigioniera di un fantasma erotico così potente da far vacillare le fondamenta stesse del loro matrimonio –, Bill e Alice si ritrovano finalmente di giorno, alla luce cruda della realtà, apparentemente svegli. È qui che si consuma la vera tragedia, quella che Slavoj Žižek illumina magistralmente definendola una falsa via d’uscita. Quando Alice, congedando il perturbante mondo sotterraneo che ha rischiato di inghiottirli, pronuncia quella parola così secca, volgare e definitiva, «scopare», non sta inaugurando la rinascita di un legame, ma sta firmando l’atto di nascita della loro anestesia. Nella clinica psicoanalitica lacaniana, questo movimento ha un nome preciso: è il passage à l’acte, il passaggio all’atto come supremo tentativo di difesa dall’angoscia. Quando il Reale bussa alla porta, quando l’abisso del desiderio dell’Altro si mostra nella sua nudità traumatica, l’essere umano sperimenta il terrore di perdersi; la risposta di Alice è il tentativo disperato di rimettere il fantasma a debita distanza, di anestetizzare l’orrore di quell’estasi sotterranea attraverso la concretezza immediata, funzionale e ginnica dei corpi. È la sostituzione del mistero del desiderio con la meccanica del godimento. Massimo Recalcati ci ha insegnato a leggere in questa dinamica il dramma della nostra contemporaneità iper-edonista, dove l’imperativo del consumo serve precisamente a tappare il buco dell’angoscia, a evitare l’incontro autentico con la mancanza e con l’inconscio. Bill e Alice scelgono di non sostare in quella fessura che si era aperta nelle loro vite, scelgono di non fare un lavoro di parola su ciò che li ha visitati nella notte; preferiscono usare il sesso come un sonnifero sociale, un cerotto biologico sul vuoto. Questo rende il finale di Eyes Wide Shut immensamente tragico: non c’è alcuna riconciliazione con la verità, ma la decisione consapevole di richiudere gli occhi per rimanere, se non per sempre almeno per lungo tempo, felicemente addormentati nel baccano della carne, pur di non guardare in faccia l’abisso del proprio desiderio.
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S. Kubrick – Eyes Wide Shut;
A. Schnitzler – Doppio Sogno.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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