Melvin. Un ossessivo. Un uomo pieno di rituali, evitamenti di imprevisti che sconvolgano i suoi schemi prestabiliti, controllo maniacale. Nulla attorno a lui può e deve cambiare. Deve tenere a bada in qualche modo quel Reale traumatico che spinge sotto l’apparente maschera ritualistica di cui si è oramai adornato da una vita. Evita minuziosamente le crepe sul marciapiede, non pestandole, ma saltellando di piastrella in piastrella per evitare chissà quale evento catastrofico.
Ma c’è qualcosa di più in questo ossessivo da manuale. Qualcosa è cambiato non è un film che si concentra sul sintomo, sulle sue stranezze, ma su che posizione soggettiva Melvin occupa nella sua vita. Fin da subito il magistrale Jack Nicholson si presenta come un individuo scorbutico, che pur di non far entrare nessuno nella sua vita, mette in atto un’ironia talmente tagliente da risultare, talvolta, quasi sgodevole. E se uno si soffermasse a questi particolari, potrebbe o sviluppare una simpatia estrema per lui, o un’antipatia tale da odiarlo. Si può parlare solo di odiosità morbosa? In realtà Melvin, interpretato da Jack, ha bisogno di tutto ciò, e ne ha bisogno perché del suo sintomo ossessivo, in qualche modo, ne gode. Lo farà anche soffrire, ma ne ha bisogno.
Fino a quando per l’ossessivo non arriva l’incontro con l’Altro. Come riporta Lacan, l’Altro è ciò che, in qualche modo, ci determina. E spesso introduce nella nostra semplice vita di tutti i giorni, l’elemento dell’imprevedibile. Carol, interpretata da Helen Hunt, è proprio quell’imprevedibile che Melvin cerca di evitare in tutti i modi, ma dal quale è inevitabilmente attratto. Cos’ha questo Altro per me? Cosa vuole questo Altro da me? Melvin non sa cosa rispondere, è incapace di porsi, forse, la domanda d’amore che lo muove.
Ma forse questo incontro, alla fine dei conti, introduce non solo l’elemento imprevedibile, ma anche il cambiamento. La rottura con i propri schemi è inevitabile. Non si torna più come si era prima di incontrare questa domanda d’amore. Ma non guarisce il sintomo, perché non è importante guarirlo, non serve, non deve essere l’obiettivo finale. Melvin rimane ossessivo, fini alla fine, ma riesce a tollerare la mancanza di controllo che l’Altro introduce nella sua vita. Impara, piano piano, a capire che l’Altro non può essere lui, non è riducibile a se, ma è qualcosa di diverso. È come un’apertura, un piccolo varco, che permette di aprire l’accettazione della propria mancanza. Si può essere uomini migliori grazie a quella domanda d’amore.
——
James L. Brooks – Qualcosa è cambiato
——
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese

Rispondi