Viviamo in un’epoca che ha cancellato quasi del tutto l’esperienza dell’attesa. Con un clic ordiniamo un pasto, con uno swipe incontriamo potenziali partner, con un tap riceviamo conferme o rifiuti. La tecnologia non ha solo accelerato i processi, li ha resi immediati. Ma questa immediatezza ha un prezzo: l’angoscia. La psicoanalisi ci insegna che il desiderio nasce proprio da ciò che manca. È lo scarto tra ciò che vogliamo e ciò che ancora non possediamo a darci la spinta vitale, il movimento verso l’Altro. Quando la mancanza viene abolita — quando tutto è subito disponibile — il desiderio si svuota, e resta solo un vuoto più profondo. Non è un caso che l’iperconnessione generi forme inedite di ansia: il “devo rispondere subito”, il “perché non mi scrive?”, il “perché non arriva la notifica?”. Non è il contenuto a generare sofferenza, ma il tempo, ridotto a un istante continuo che non conosce più né attesa né differimento. In questo senso, Lacan ci ricorda che “il desiderio non è il bisogno”. Il bisogno vuole soddisfazione immediata; il desiderio, invece, vive dello spazio che si apre tra domanda e risposta, tra mancanza e compimento. Nel nostro tempo, però, questo spazio si è ristretto fino quasi a scomparire, e con esso si perde anche la possibilità di tollerare la frustrazione. Forse il compito del nostro presente non è quello di inseguire un’ennesima accelerazione, ma di reimparare a rallentare. Accettare il differimento, sostare nel vuoto, abitare il silenzio del “non ancora”. Solo lì, nell’intervallo che sembra insopportabile, si apre la possibilità autentica del desiderio. L’attesa, che oggi viviamo come un fastidio, è in realtà la condizione stessa della nostra libertà psichica: senza mancanza, non c’è soggetto; senza tempo, non c’è desiderio.

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Fonti:

Z. Bauman- Modernità Liquida;

H. Rosa – Accelerazione e alienazione.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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