C’è un sentimento silenzioso che abita molti di noi: l’insoddisfazione.
Un malessere che non esplode, ma che rode dentro. Il desiderio di cambiare vita – di lasciare un lavoro che non ci appartiene, di chiudere una relazione ormai sterile, di spostarsi altrove – resta spesso confinato nell’immaginario. Rimane lì, come un sogno ripetuto, mai tradotto in gesto. Jacques Lacan lo chiamerebbe il mancato passaggio all’atto: la distanza tra ciò che si desidera e ciò che si fa davvero. È lo spazio dove proliferano scuse, giustificazioni, vincoli reali (soldi, famiglia, convenzioni sociali), ma anche e soprattutto la paura. La paura di perdere ciò che si ha, per quanto insoddisfacente. La paura di scoprire che cambiare non garantisce felicità. Così l’insoddisfazione diventa perenne, una condizione esistenziale. Non c’è gesto, non c’è rottura: solo una tensione continua che ci fa sentire prigionieri. Eppure, questo stesso spazio di sospensione rivela una verità profonda: la vita non ci chiede di inseguire la perfezione, ma di assumere il rischio della nostra libertà. Restare bloccati significa restare fedeli alla propria paura, mentre osare – anche a costo di fallire – significa onorare il proprio desiderio. Forse non serve rivoluzionare tutto, forse non occorre fuggire lontano. Ma ogni atto, piccolo o grande, che spezza l’incantesimo dell’immobilità diventa un passo verso una vita meno estranea a noi stessi.
Fonti:
Jacques Lacan, Il Seminario. Libro X;
Zygmunt Bauman, Vita liquida;
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa
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