C’è un momento, di solito la domenica sera, in cui il rumore del mondo si abbassa.
Le voci si diradano, le strade si svuotano, e ciò che resta è una sorta di eco interiore. È il momento in cui siamo chiamati — senza volerlo — a tornare a noi stessi. Durante la settimana, il ritmo ci tiene lontani: corriamo, rispondiamo, produciamo. Ma la domenica sera, quando tutto si spegne, quella distanza non regge più. Il soggetto — direbbe Lacan — si ritrova faccia a faccia con la propria mancanza, con quel vuoto che il fare continuo teneva a bada. È una piccola “crisi”, ma anche un’occasione preziosa: perché il ritorno a sé non è mai un atto comodo, ma un gesto di verità. Forse è proprio questo che chiamiamo malinconia: non una tristezza patologica, ma una soglia, un passaggio in cui impariamo a restare accanto a ciò che ci manca. Ritornare a sé significa smettere di fuggire, accettare il proprio silenzio, e riconoscere che la vita non è solo ciò che facciamo, ma ciò che sentiamo quando tutto il resto tace.
Fonti:
J. Lacan, Il Seminario, Libro XI;
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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