C’è un tempo che non scorre più con le lancette, ma con le mani.

Le mani che impastano, che accarezzano, che ricuciono. Le mani delle nonne. Nel loro gesto lento si annida qualcosa che la modernità ha smarrito: la capacità di abitare il tempo senza volerlo vincere.

La nonna non corre, resta.

E nel restare ci insegna la cura, la trasmissione, la memoria del corpo. Non è un caso che, nella lettura psicoanalitica, la figura della nonna spesso incarni la funzione del tempo simbolico, quella che permette di dare senso alla perdita, di trasmettere il desiderio come eredità, non come peso. Là dove la madre rappresenta il nutrimento immediato, la nonna introduce la distanza dolce della narrazione: trasforma il trauma in racconto, l’assenza in ricordo, la mancanza in gesto quotidiano. É una custode del lutto elaborato: sa che tutto passa, e proprio per questo ogni piccola cosa va amata. Freud avrebbe detto che in lei si cela la traccia mnestica del godimento originario, ciò che resta del primo amore, ormai trasfigurato in tenerezza. Lacan, forse, avrebbe sorriso: “il desiderio non si eredita, ma si trasmette come enigma”. E le nonne sono maestre d’enigmi: parlano per proverbi, tacciono per saggezza, sorridono con ciò che non dicono. Nel loro silenzio si annida una forma di sapere che non urla, ma resta.

Le nonne sono il modo in cui il tempo ci perdona.

E anche quando non ci sono più, continuano a parlarci attraverso un odore, una foto, una frase lasciata a metà.

Fonti:

Sigmund Freud, Lutto e melanconia, in Opere;

Jacques Lacan, Seminario VIII.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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