C’è un punto in cui la difesa diventa prigione.

Caparezza, nella sua Pathosfera, racconta proprio questo: la storia di chi ha sepolto le emozioni “per proteggersi”, fino a ritrovarsi vuoto, inerte, scollegato dal mondo.

“Mamma, ho sepolto pathos in pancia / ora la ragione è il mio rottweiler da guardia.”

È la confessione di un soggetto che ha fatto della razionalità una corazza, e della distanza la sua unica difesa possibile. Ma — direbbe Lacan — ciò che viene rimosso ritorna. Sempre. Nel tentativo di evitare la ferita, l’Io si irrigidisce: smette di desiderare, di provare, di lasciarsi toccare. La “pathosfera” diventa allora la zona sterile in cui nulla più si muove. È il dominio della ragione che soffoca il corpo, dell’immagine che sostituisce la presenza, del “meme” al posto del pianto. Una forma di anestesia emotiva che la società contemporanea spesso premia: chi non sente, sopravvive meglio. Ma Caparezza, nel finale, lascia aperta una breccia:

“Mamma, sta tornando pathos a galla… piano piano sta ridando sangue a un fantasma.”

Ed è qui che torna la psicoanalisi: il sintomo, il turbamento, la paura stessa — sono segni di vita. Sentire è rischioso, ma è anche l’unico modo per restare umani. Il ritorno del pathos non è una regressione: è un risveglio.

È il momento in cui l’essere smette di proteggersi e inizia a esistere davvero.

Fonti:

Sigmund Freud, L’Io e l’Es (1923) – sul meccanismo della rimozione e del ritorno del rimosso;

Jacques Lacan, Seminario VII;

Caparezza – Pathospera.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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