Cos’è che attira così tante persone a attuare violenza? È il fascino verso il vuoto, verso il silenzio della parole. Nel momento stesso in cui la parola tace, in cui il tempo riconoscere l’altro come soggetto che desidera non esiste più, allora viene sostituito dalla violenza, il gesto che, come una scimitarra, taglia la lingua dell’altro per crearne un oggetto di godimento.

Viviamo nell’epoca della parola taciuta. Accendiamo un notiziario qualsiasi, e la maggior parte delle ultime notizie riportano gesti di violenza perpetrati da gruppi, da singoli nei confronti di altri esseri umani, e ciò che sovviene naturale alla mente è: ma io, che guardo tutto ciò dal mio divano, sono simile a loro? Non c’è, effettivamente, niente di più umano che la violenza attuata senza motivi biologici. Gli animali uccidono per sopravvivenza, per protezione. L’uomo uccide perché ne trova un godimento, per invidia, per gelosia, per rabbia. Cosa dovrebbe distanziarci da coloro che compiono atti di questo genere?

L’unica cosa che ci può salvare è la parola. L’atto della parola verso l’altro è ciò che salva il desiderio dell’essere umano. Riconoscere, tramite il nominarlo, il desiderio dell’altro è l’unica cosa che ci può far sentire vicini a un effettivo estraneo, in quanto non – noi. E allora cosa può la psicoanalisi? La psicoanalisi deve valorizzare questa parola, renderla umana agli occhi del soggetto analizzante, e permettergli di riconoscere l’altro come soggetto di desiderio al suo pari.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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