Da Nietzsche a Lacan, passando per Recalcati: quando il dolore diventa parola.
“Dio è morto.”
Così Nietzsche ci ha lasciato orfani di garanzie, figli di un cielo svuotato di senso. Ma cosa resta dell’uomo quando non c’è più un Dio a dare risposta al dolore?
Quando la sofferenza non si inscrive più in un disegno, ma resta nuda, inspiegabile?
Massimo Recalcati, ne Il grido di Giobbe, ci riporta proprio lì: di fronte al dolore senza perché. Giobbe non è l’uomo che si rassegna. È colui che protesta, che grida, che rifiuta il silenzio come risposta. Il suo grido non è bestemmia: è fede che resiste anche quando Dio tace. È una fede senza garanzia, la stessa di cui, come avrebbe detto Lacan, si nutre il desiderio umano. Lacan ci ha insegnato che Dio, come figura del senso ultimo, non esiste — o, se esiste, manca. Ma è proprio in questa mancanza che il soggetto trova la possibilità di esistere. Senza garanzia, senza Altro che risponda, l’essere umano è chiamato a inventare un modo di vivere, a creare significato là dove non c’è.
Nietzsche annuncia la morte di Dio.
Lacan ne svela l’effetto sul soggetto: il vuoto lasciato dal divino diventa lo spazio del desiderio. E Recalcati ci invita a sostare in quel vuoto, senza fuggirlo.
Perché — come mostra Giobbe — solo chi attraversa il dolore senza negarlo può ritrovare la vita nella sua forma più nuda, e più vera. Il grido di Giobbe non chiede un senso: è già, in sé, un atto d’amore verso la vita.
Fonti:
Massimo Recalcati, Il grido di Giobbe;
Jacques Lacan, Il seminario XX;
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza.
——-
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

Rispondi