Mi ricordo quando ero giovane credevo che la morte fosse un fenomeno del corpo; ora so che è soltanto una funzione della mente – della mente, dico, di chi subisce il lutto. I nichilisti dicono che è la fine; i fondamentalisti, il principio; mentre in realtà non è altro che un affittuario o una famiglia che se ne va da un appartamento o da una città.

Cos’è la melanconia? Tutti gli esseri umani hanno paura di una cosa: della morte. Si trova sempre al fondo nell’orizzonte della nostra esistenza. Heidegger ne parlava come di un limite fondamentale per dare un senso a tutto ciò che esiste prima. Gli stoici, Epicuro su tutti, la vedevano come da non prendere in considerazione durante la vita. Ma allora la mente di chi è costantemente in lutto come vive la morte?

Il melanconico è colui che, come dice Lacan, vive un lutto permanente. Non nella fenomenicità del corpo, quanto nella funzione mentale del lutto stesso. Il soggetto melanconico si identifica con l’oggetto perduto, con il lutto stesso, considerandosi come uno scarto dell’esistenza. Vi è una vera e propria sostituzione della perdita con il proprio io. E rimane il vuoto. Il melanconico fa vivere il vuoto, ma non come la parte produttiva di un vaso senza fiori, ma quella distruttiva di un buco nero che inghiotte il resto.

E allora I protagonisti di “Mentre morivo” di Faulkner sono, a loro modo, dei melanconici. La morte della figura di riferimento, ossia la madre della famiglia, li porta a intraprendere un disastroso viaggio per seppellirla, non accettando la sua stessa morte. Loro stessi hanno cercato di riempire quel vuoto, diventandolo, e lasciandosi lentamente mangiare in un vortice.

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Mentre morivo – William Faulkner

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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