C’è un paradosso al centro della vita moderna:

vogliamo essere liberi da tutto, ma finiamo per sentirci vuoti.

Kundera lo racconta magistralmente ne L’insostenibile leggerezza dell’essere: la leggerezza come promessa di libertà — e insieme, come condanna a una vita senza radici. Essere leggeri significa non restare, non appartenere, non portare peso. Ma senza peso, nulla resta davvero. Nella prospettiva psicoanalitica, questa leggerezza ha un prezzo. Lacan direbbe che il soggetto, nel tentativo di liberarsi da ogni legame, rinuncia anche al proprio desiderio. Perché il desiderio nasce dal limite, dal “non tutto”, da ciò che ci ancora a un Altro. Senza mancanza, non c’è tensione, non c’è senso. Viviamo in un tempo che idolatra la leggerezza: amori brevi, emozioni istantanee, connessioni che durano un clic. Ma quanto più ci alleggeriamo del peso dell’altro, tanto più rischiamo di dissolverci. Il soggetto diventa volatile, privo di consistenza, come se la libertà avesse inghiottito ogni radice. La psicoanalisi ci insegna invece a portare il peso: non come condanna, ma come possibilità di esistere davvero. Sostenere un legame, tollerare il limite, restare nel desiderio anche quando fa male — è questo che dà spessore all’essere. L’insostenibile leggerezza dell’essere è, allora, il dramma di chi rifiuta il dolore, ma finisce per rinunciare anche alla vita. Solo accettando il peso — dell’amore, della perdita, della responsabilità — il soggetto può dire “io sono”.

E trovare, nella mancanza, una forma di pienezza.

Fonti:

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere;

Jacques Lacan, Il seminario. Libro XI;

Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio.

——

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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