Tra i molti temi che attraversano l’insegnamento di Jacques Lacan, nessuno è stato oggetto di tanta insistenza quanto la questione del controtransfert. Massimo Recalcati ricorda che, per Lacan, il controtransfert non è affatto uno strumento clinico, né tantomeno una risorsa per l’ascolto: è un ostacolo, una pietra d’inciampo, un punto in cui l’analista rischia di essere catturato dalle proprie emozioni anziché sostenere la direzione della cura. Nella tradizione post-freudiana, una parte consistente della psicoanalisi (soprattutto Klein, Bion, Winnicott) ha rivalutato il ruolo delle risonanze emotive dell’analista, considerandole un possibile strumento per comprendere ciò che si muove nel paziente. É ciò che accade quando l’analista “risponde” al desiderio del paziente non con il proprio desiderio in quanto funzione analitica, ma con il proprio narcisismo, la propria storia, i propri resti irrisolti. Recalcati sottolinea che questo “cedimento immaginario” costituisce un esito fallimentare del transfert: l’analista non è più “causa del desiderio”, ma diventa protagonista della scena affettiva, come un personaggio del dramma. Per comprendere la posizione lacaniana, è utile tornare a Freud. Nella celebre corrispondenza con Jung, dopo la rivelazione della relazione con Sabina Spielrein, Freud reagisce con una chiarezza chirurgica: l’analista deve vigilare sul proprio controtransfert perché può trasformarsi in una trappola distruttiva, capace di compromettere non solo la cura, ma l’etica stessa della posizione analitica.
Freud è netto:
il controtransfert va riconosciuto, governato, neutralizzato.
A Norimberga, nel 1910, Freud formalizza ciò che aveva già intuito nella sua pratica: il controtransfert è la “macchia cieca” dell’analista, il punto in cui la sua analisi personale non è stata sufficiente a liberarlo dalle sue identificazioni infantili. Per questo evoca il modello del chirurgo:
“Il chirurgo deve lasciare da parte ogni reazione affettiva affinché la sua mano non tremi.”
Non perché l’analista sia un automa freddo, ma perché nella cura non è la sua persona ad agire: è una funzione, una posizione simbolica lacan sostiene che non esiste cura possibile se l’analista non si sottrae alla tentazione di prendersi come misura del paziente. Il punto decisivo dell’insegnamento lacaniano è che l’analista deve rendere “evaporare” la propria persona, per consentire che emerga la parola del soggetto e la verità del suo inconscio. Se entra in gioco la sua emotività, il suo bisogno di essere amato, riconosciuto o gratificato, l’analisi non funziona più. L’analista diventa immaginario, non più simbolico. Il controtransfert, dunque, è l’effetto della non-analisi dell’analista: ciò che non è stato elaborato ritorna come impaccio, come opacità, come “tremore” della funzione. Per Lacan, la vera risposta al controtransfert non è l’“espressione” delle emozioni dell’analista (come alcuni orientamenti vorrebbero), ma la loro ritrazione. Non la repressione, ma il non metterle in gioco. Il punto centrale è il desiderio dell’analista, un desiderio che non appartiene alla sua vita privata, ma è funzione della cura:
non desiderio di possesso, ma desiderio che l’altro si confronti con la propria verità.
Solo questa posizione etica permette di evitare che la cura si trasformi in una relazione di reciprocità affettiva o in un gioco di identificazioni. Il controtransfert, come ricorda Recalcati, è allora l’esatto contrario del desiderio dell’analista:
è il punto in cui l’analista cede, in cui si confonde con il paziente, in cui smette di essere “specchio opaco” e torna ad essere un io in lotta con un altro io. La questione del controtransfert non è solo tecnica, ma etica. Riconoscerlo significa riconoscere che l’analista rimane, come ogni soggetto, un essere attraversato dalle proprie mancanze. Ma governarlo significa assumere la responsabilità che la cura richiede: la responsabilità di non usare il paziente per colmare i propri buchi. La grande lezione di Lacan, rilanciata da Recalcati, è che non basta sapere cosa si fa in analisi; bisogna saper chi non essere.
Fonti:
Sigmund Freud, Le prospettive future della terapia psicoanalitica;
Sigmund Freud – Carl Gustav Jung, Correspondence (1906–1914);
Jacques Lacan, Scritti.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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