Ci sono casi che, più di altri, ti restano addosso.

Ti attraversano. E nonostante gli anni di esperienza nel tribunale minorile, continuano a metterti davanti alla domanda più difficile: sto davvero facendo il meglio per questo bambino?

Il recente allontanamento dei tre minori che vivevano isolati nel bosco — un fatto che ha suscitato giudizi immediati, indignazione, romanticismi fuori luogo — mi ha costretto a tornare ancora una volta al cuore della mia funzione: il superiore interesse del minore non è un principio astratto. È una responsabilità che pesa, che interpella, che scomoda. Perché ogni decisione non riguarda mai “una famiglia”, “un caso”, “una storia”. Riguarda un bambino in carne e ossa, con le sue paure, i suoi bisogni, la sua capacità di crescere senza essere schiacciato da ciò che gli adulti non hanno potuto o saputo fare.

Nell’immaginario collettivo, vivere nella natura porta con sé un’aura di libertà, autenticità, fuga dalla società. Ma nella pratica minorile le scelte dei genitori non vengono giudicate in base alla loro eccentricità o diversità. La domanda è sempre la stessa, semplice e implacabile:

Questa scelta protegge il minore o lo espone?

La natura può essere un luogo di bellezza, ma anche di assenza di cure, di isolamento, di pericoli non percepiti. Ciò che per un adulto è un esperimento di vita, per un bambino può trasformarsi in una privazione:

scuola mancante, assistenza sanitaria irraggiungibile, relazioni sociali interrotte.

E quando un genitore non vede — o non vuole vedere — la vulnerabilità del proprio figlio, allora è la collettività che deve assumersi il compito di farlo.

Scrivo questo da giudice onorario, ma anche da persona:

ogni allontanamento lacera.

Lacera noi, prima ancora che la famiglia.

Non esiste mai una decisione presa a cuor leggero.

Non si tenta di “togliere” un figlio: si tenta di mettere al sicuro un legame che, così com’è, rischia di danneggiare il bambino più di quanto lo sorregga.

È un intervento protettivo, non punitivo.

Ma anche nelle migliori condizioni, un bambino percepisce il taglio. Lacan lo chiamerebbe “il punto del trauma”, il momento in cui qualcosa non può più rimanere com’era. E allora il nostro dovere è fare in modo che quel taglio non diventi ferita permanente. Nella mia esperienza ho imparato che chi arriva davanti a noi non è mai solo “un genitore inadeguato” o “una famiglia problematica”. È una storia complessa, spesso segnata da fragilità, isolamento, fallimenti istituzionali precedenti, povertà di strumenti. Eppure, per quanto empatia si possa mettere in campo, c’è un punto fermo che non può mai essere negoziato:

i diritti del minore prevalgono sempre, anche quando la scelta ci spezza.

Non è facile.

Non è mai lineare.

E chi dice il contrario, forse, non ha mai dovuto guardare negli occhi un genitore a cui si comunica un allontanamento.

Proteggere un minore non significa pretendere genitori perfetti. Significa chiedere loro ciò che è necessario, non ciò che è ideale. E quando non riescono — per limiti, per condizioni, per inconsapevolezze — allora interveniamo per impedire che un’infanzia venga sacrificata a un’idea adulta di vita “alternativa”.

A volte tutelare significa separare.

A volte significa affiancare.

A volte significa sostenere e aspettare che il genitore possa rientrare nel suo ruolo.

Ma sempre, in ogni decisione, c’è una certezza che mi guida e mi orienta, anche quando il bosco — reale o simbolico — sembra troppo fitto:

un bambino ha diritto di crescere in sicurezza, con possibilità, con un futuro aperto. È noi, come istituzione, abbiamo il dovere di garantirglielo.

Anche quando fa male.

Anche quando verremo fraintesi.

Anche quando nessuno applaudirà.

——

Dott. Giocondo Vivone

Sub Rosa

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