Viviamo in un tempo che ha trasformato ogni confine in un fastidio. Nulla deve arrestarsi, nulla deve mancare, nulla deve pesare troppo a lungo. Desideriamo senza attesa, consumiamo senza pausa, comunichiamo senza silenzio. Tutto deve essere accessibile, immediato, disponibile. Eppure, proprio mentre celebriamo l’illimitato, cresce una stanchezza nuova, una forma sottile di vuoto che non nasce dalla privazione, ma dall’eccesso. Il Novecento filosofico aveva già intravisto questa deriva. Nietzsche aveva annunciato la morte di Dio come tramonto delle grandi garanzie simboliche; da allora l’uomo è rimasto solo con il proprio desiderio, senza più un ordine che lo contenga. Ma ciò che avrebbe dovuto aprire alla responsabilità, si è spesso rovesciato in una corsa all’onnipotenza. Non tutto è possibile per l’essere umano senza che qualcosa si rompa dentro di lui. Il limite non è solo un ostacolo: è anche una soglia che dà forma alla vita. Hannah Arendt temeva un mondo in cui l’azione perdesse profondità, riducendosi a semplice reazione automatica. Oggi quel rischio è diventato quotidiano: reagiamo a notifiche, algoritmi, urgenze artificiali. Il pensiero rallenta, il desiderio si appiattisce, la soggettività si frammenta. L’uomo iperconnesso è spesso anche l’uomo più disperso. Anche la psicoanalisi lo dice da tempo: il desiderio nasce da una mancanza, non dalla saturazione. Là dove tutto è disponibile, nulla è veramente desiderabile. Il soggetto contemporaneo è invitato a godere sempre, a non fermarsi mai, a non deludere le aspettative di efficienza, felicità, prestazione. Ma dietro questa richiesta di godimento totale si nasconde un nuovo Super-io, più feroce di quello antico: non vieta, ordina. Non dice “non devi”, ma “devi godere”. Byung-Chul Han ha descritto questa condizione come una società della prestazione, in cui non siamo più oppressi da un potere esterno, ma ci sfruttiamo da soli. La stanchezza non viene dall’impossibilità, ma dal troppo possibile. Il soggetto non cade perché non riesce: cade perché non smette mai di riuscire. E allora forse oggi il vero gesto rivoluzionario è tornare a tollerare il limite. Accettare la frustrazione, l’attesa, il silenzio, il fallimento. Non come sconfitte, ma come condizioni umane. Solo ciò che incontra un confine può prendere forma. Solo ciò che non è onnipotente può davvero vivere. Forse la libertà non è fare tutto, ma scegliere cosa non fare. Forse la felicità non è l’assenza di mancanza, ma la possibilità di attraversarla senza fuggire. Forse, in un mondo che corre senza sosta, l’atto più radicale è fermarsi e restare.
Fonti:
F. Nietzsche, La gaia scienza;
H. Arendt, Vita activa;
B. Chul Han, La società della stanchezza;
J. Lacan, Il Seminario, Libro VII.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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