Ogni scelta autentica avviene in assenza di istruzioni.
Quando esistono mappe chiare, non siamo davanti a una decisione ma a un calcolo. Le scelte che riguardano i legami, invece, nascono sempre in una zona opaca, dove il criterio morale non basta e quello emotivo non è affidabile. La filosofia, contrariamente al senso comune, ha sempre guardato con sospetto alle decisioni prese in nome della coerenza. L’idea che una scelta debba “tornare”, essere lineare, priva di residui, è più un’esigenza morale che un dato del pensiero. In Hegel la verità non risiede mai in una posizione isolata, ma nel movimento che la attraversa e la nega. Ogni tesi porta in sé il proprio contrario, e solo nel conflitto tra le due qualcosa può emergere come vero. La coerenza, in questo senso, non è un punto di partenza ma un risultato provvisorio, sempre esposto a essere superato. Kierkegaard radicalizza ulteriormente questa prospettiva. Per lui, l’angoscia non è un incidente della decisione, ma la sua condizione necessaria. Dove non c’è angoscia, non c’è scelta; c’è soltanto adattamento. Scegliere significa esporsi a una contraddizione che non può essere risolta sul piano logico, perché riguarda l’esistenza, non il concetto. Da qui una conseguenza decisiva: le scelte fondamentali non producono mai armonia. Producono una posizione. E ogni posizione comporta una perdita, un resto non integrabile, qualcosa che continua a interrogare il soggetto anche dopo che la decisione è stata presa. In psicologia questo stato è noto: non è l’indecisione a logorare, ma la coesistenza di più verità parziali. Si può desiderare ciò che destabilizza e, nello stesso tempo, sentire un vincolo verso ciò che ha garantito continuità. Non si tratta di incoerenza affettiva, ma di una struttura: il soggetto non coincide mai interamente con una sola direzione. L’errore più comune è credere che il dolore derivi dall’atto di scegliere. In realtà, il dolore nasce molto prima: nel momento in cui diventa impossibile continuare a fingere che una sola risposta basti. Freud lo aveva intuito quando parlava del conflitto non come incidente, ma come motore della vita psichica. Dove non c’è conflitto, non c’è trasformazione; dove c’è trasformazione, qualcosa deve cadere. Lacan radicalizza il punto: il desiderio non è ciò che porta armonia, ma ciò che rompe un equilibrio già precario. Per questo ogni scelta che lo coinvolge appare sempre “sbagliata” a qualcuno, spesso allo stesso soggetto che la compie. Non esiste una soluzione che salvi tutto. Esiste solo l’assunzione di una perdita. Nel campo delle scelte che toccano i legami, la verità non funziona come principio morale, ma come operatore di struttura. Non introduce chiarezza, non ordina il caos, non pacifica. Interviene piuttosto come taglio: separa ciò che può coesistere da ciò che, pur continuando a esistere, non può più stare insieme. Allo stesso modo, il silenzio non coincide automaticamente con la menzogna. Può funzionare come dispositivo di sospensione, una forma di rinvio che tenta di contenere una frattura prima che diventi irreversibile. Non è una soluzione, ma un tempo morto, un differimento che segnala l’impossibilità di una sintesi immediata. In entrambi i casi — parola o silenzio — non si tratta di scegliere il bene contro il male, ma di misurarsi con il punto in cui una struttura non regge più senza perdere qualcosa. La psicoanalisi non chiede di scegliere bene, ma di smettere di attribuire alla scelta il compito di risolvere ciò che, per sua natura, non è risolvibile. Ogni decisione reale lascia un resto: colpa, rimpianto, nostalgia di ciò che non è stato. Questo resto non è un fallimento; è la traccia del fatto che la scelta è stata reale.
Scegliere senza mappe significa accettare che non esiste una direzione garantita, né una forma di amore che non implichi una rinuncia. Chi cerca la purezza delle decisioni cerca, in fondo, di non perdere nulla. Ma vivere, inevitabilmente, comporta una perdita.
L’arte dolorosa non è decidere.
È restare responsabili di ciò che si perde, senza trasformarlo in una colpa o in una giustificazione.
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Fonti:
G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello Spirito;
Søren Kierkegaard, Il concetto dell’angoscia – l’angoscia come condizione della scelta;
Jacques Lacan, Il Seminario XVII;
Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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