«Ho notato che anche le persone che affermano che tutto è già scritto e che non possiamo far nulla per cambiare il destino, si guardano intorno prima di attraversare la strada.»
Stephen Hawking
In questa frase, apparentemente ironica, Stephen Hawking tocca uno dei nervi più scoperti del pensiero contemporaneo: il rapporto ambiguo che abbiamo con il destino. Diciamo di crederci, lo invochiamo quando le cose vanno male, lo usiamo come spiegazione elegante dell’impotenza. Eppure, appena la realtà si fa concreta, agiamo come se la nostra scelta contasse eccome. Attraversare la strada è un gesto minimo, banale, ma è anche una decisione. Nessuno si affida davvero al destino quando un’auto sfreccia a pochi metri. Nessuno chiude gli occhi dicendo “se deve accadere, accadrà”. Il corpo sa qualcosa che il discorso nega: che la vita non è interamente scritta, e che l’azione, per quanto piccola, ha un peso.
Il fatalismo è spesso una posizione teorica più che un’esperienza vissuta. Serve a proteggere dall’angoscia della responsabilità. Se tutto è già deciso, allora non siamo responsabili delle svolte mancate, delle scelte rimandate, delle parole non dette. Il destino diventa un alibi elegante, una metafisica della rinuncia. Ma questa postura regge solo finché resta astratta. Appena la vita ci chiama in causa, il fatalista diventa improvvisamente prudente, calcolatore, vigile. La filosofia lo sa da tempo. Già gli stoici, spesso citati come campioni del determinismo, distinguevano tra ciò che non dipende da noi e il modo in cui vi rispondiamo. Anche quando il mondo segue leggi che non controlliamo, resta uno spazio minimo, ma decisivo, di assenso o di rifiuto, di attenzione o di distrazione. È in quello spazio che si gioca l’etica, non nel cielo delle necessità. Nel Novecento, questa tensione diventa ancora più evidente. Sartre insisteva sul fatto che l’uomo è condannato alla libertà proprio perché non può sottrarsi alla scelta, nemmeno quando crede di non scegliere. Non agire è già una forma di azione. Affidarsi al destino è una decisione tanto quanto attraversare la strada guardando o non guardando. Anche la psicoanalisi ha smascherato l’illusione del “tutto è già scritto”. Freud mostra come ciò che chiamiamo destino sia spesso il risultato di ripetizioni inconsce, di scelte che non riconosciamo come tali perché troppo familiari. Lacan radicalizza il punto: il soggetto è preso in una struttura, sì, ma è proprio nel modo in cui la attraversa che qualcosa può cambiare. Il destino non è una linea retta, ma un intreccio di atti, omissioni, ritorni. La frase di Hawking ci costringe allora a una domanda scomoda: perché difendiamo con tanta convinzione l’idea che nulla dipenda da noi, se poi viviamo come se dipendesse tutto da un attimo di attenzione? Forse perché riconoscere la nostra parte significa accettare anche la colpa, il rimpianto, la possibilità di aver sbagliato. È più rassicurante pensare che la strada fosse già segnata, piuttosto che ammettere di aver attraversato senza guardare.
Eppure, la vita non chiede certezze metafisiche. Chiede presenza. Guardarsi intorno prima di attraversare non garantisce l’assenza di incidenti, ma riconosce la fragilità del corpo e la realtà del rischio. È un gesto di responsabilità, non di onnipotenza. Non dice “controllo tutto”, ma “non mi sottraggo”. Forse la libertà non è il potere di cambiare il destino, ma la capacità di non smettere di rispondere. Di non anestetizzarsi dietro grandi spiegazioni quando una scelta, piccola o grande, è richiesta. Il destino, se esiste, non è ciò che ci accade, ma ciò che facciamo mentre qualcosa ci accade.
E alla fine, che lo si ammetta o no, tutti continuiamo a guardarci intorno. Perché il corpo, prima delle idee, sa che vivere significa esporsi. E che attraversare la strada, ogni volta, è già una presa di posizione.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese
Sub Rosa

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