In epoca contemporanea vi è un’estremizzazione nei confronti della psicologia. Da una parte, con la costante sensibilizzazione nei confronti della salute mentale, soprattutto post pandemia, l’immagine del “malato mentale” si è liberata in parte dello stigma, e tra i giovani in special modo vi è una costante richiesta di aiuto altri rispetto a quelli degli affetti circostanti. Dall’altra parte, invece, la costante diffidenza nei confronti della figura dello psicologo (descritto talvolta come un mago della mente!) sta portando tante persone a fossilizzarsi sulla posizione individualistica del “farcela da soli”.

Indubbiamente bisogna prendere in considerazione l’orizzonte della diffidenza totale nei confronti del mondo della psicologia. Se non ci fossero i diffidenti, non ci sarebbe mai confronto con il limite stesso della psicoanalisi. Ma come mai cosi tante persone considerano la psicologia al pari di un’arte per deboli? Le parole di tante persone risuonano come un “se vai da uno psicologo, vuol dire che non ce la fai da solo”.

E probabilmente è così. Ma che male c’è? Abbiamo tanti strumenti, emozioni che ribollono e non riusciamo a controllare, e il fatto che qualcuno ci possa favorire il movimento di significazione di tutto c’è è motivo di debolezza fondamentale, ma la debolezza è alla base di qualsiasi essere umano. Se non ci fosse stata debolezza, non avremmo avuto bisogno di evolverci, di cercare aiuto nel gruppo, nella relazione.

Quindi il mito dell’uomo che si fa da solo è importante ci sia, nell’ottica in cui l’incontro con quei limiti fa evolvere la psicoanalisi verso l’esplorazione dei suoi confini inevitabili.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

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