Elvio Fachinelli sosteneva che il taglio lacaniano, quello che in stanza di analisi dovrebbe interrompere la seduta sul significante pregno al fine di suscitare un movimento inconscio nel soggetto, non deve essere letto come un taglio violento con ciò che ci circonda, con il mondo, con la realtà concreta che ci riguarda da vicino.
Cosa vuol dire tagliare? È un verbo che associamo al gesto violento del recidere un qualcosa. Tante volte parliamo di tagliare una verdura, un pezzo di carne, oppure recidere un rapporto, una relazione. C’è da dire che così come il taglio di una carota, ad esempio, lascia un alone arancione sul tagliere, tagliare un rapporto implica la presenza di tracce fondamentali che si vanno a depositare nell’inconscio.
Ma il tagliare può anche essere visto in altro modo. Molte volte è fondamentale potare un albero, farsi spazio tra i rami, per permettergli di crescere, o esclusivamente per riuscire a guardare oltre. Ma il tronco rimane lì, le radici pure. Difatti ciò che possiamo decidere in quanto soggetti non è il principio del seme, lo scorrere della linfa che fa nascere radici, quanto come dare direzione ai nostri rami, alle foglie, e talvolta anche ai fiori.
Beckett sosteneva che oltre la fine non c’è nulla, ma bisogna continuare proprio perché c’è quel nulla. Guardiamo un albero senza rami e ci sembra spoglio. Eppure è soltanto un nuovo inizio.
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Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese

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