Il 24 dicembre non è una festa. È una soglia.

Una notte che non promette ancora nulla, ma in cui tutto sembra possibile. Il mondo rallenta, le luci si abbassano, e ciò che durante l’anno resta coperto dal rumore riemerge con una chiarezza quasi dolorosa. Non è la notte della risposta, ma dell’attesa. E l’attesa, lo sappiamo, è una forma esigente di verità. La filosofia ha sempre diffidato dei momenti risolutivi. Le svolte nette, le illuminazioni improvvise, le redenzioni definitive appartengono più al mito che all’esperienza umana. Ciò che conta davvero accade nei passaggi lenti, nei tempi intermedi, in quelle zone in cui nulla è ancora deciso ma tutto è in tensione. Il 24 dicembre è esattamente questo: un tempo sospeso che non consola, ma espone. Simone Weil scriveva che l’attesa è la forma più pura dell’attenzione. Attendere non significa restare immobili, ma sostenere una mancanza senza riempirla subito. In questa notte, più che in altre, siamo costretti a fare i conti con ciò che manca: persone assenti, parole non dette, scelte rimandate, vite che non coincidono con l’immagine che ne diamo. È qui che il Natale smette di essere un rito sociale e torna a essere un’esperienza interiore. La psicologia contemporanea mostra come l’essere umano cerchi costantemente di anestetizzare l’attesa: distrazioni, performance emotive, narrazioni forzate di felicità. Ma l’attesa non si lascia eliminare. Ritorna sotto forma di inquietudine, di nostalgia senza oggetto, di una tristezza che non è patologia ma lucidità. Non tutto ciò che fa male è da guarire. Alcune ferite servono a non mentirsi. Heidegger parlava dell’uomo come di un essere-per-il-tempo, non come padrone del tempo. In questa notte, più che governarlo, lo subiamo. E forse è proprio questo il punto: accettare di non controllare, di non chiudere, di non risolvere. Accettare che alcune domande restino aperte, almeno fino al mattino. Il 24 dicembre non chiede decisioni. Chiede onestà. Non chiede promesse. Chiede presenza. Non chiede di essere felici. Chiede di essere veri. E forse, in un mondo che ci spinge continuamente a mostrarci completi, riusciti, pacificati, questa è la forma più radicale di resistenza: restare nella notte senza fingere che sia già giorno.

Fonti:

Simone Weil, Attesa di Dio;

Martin Heidegger, Essere e tempo;

Eugenio Borgna, La fragilità che è in noi;

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane.

Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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