Deleuze, nelle sue famose lezioni su Spinoza, tratta un argomento per certi versi centrale per l’essere umano, ossia l’odio. Molti trovano conforto nel mettere in atto atteggiamenti di odio, che sia esso di natura verbale o fisica, in quanto fa percepire a chi lo mette in atto un senso di appagamento momentaneo. Taluni, nel descrivere cosa provano quando parlano del loro odiare, arrivano a definire come, una volta alimentato e appagato ciò, provino gioia. È davvero gioia quella che provano?
« Se possedete un cuore diabolico avete un bel credere che il vostro cuore rifiorisca grazie alle gioie dell’odio. […] Le vostre gioie sono gioie di compensazione. L’uomo dell’odio, l’uomo del risentimento, è, per Spinoza, quello le cui gioie sono tutte avvelenate da una tristezza di partenza, perché la tristezza stessa si trova anche in queste stesse gioie. In fin dei conti, egli può ricavare la gioia solo a partire dalla tristezza. Tristezza che egli prova in virtù dell’esistenza dell’altro. Tristezza che egli immagina inflitta all’altro per far piacere a lui. »
In realtà al fondo del movimento di odio vi è una profonda tristezza. La tristezza del singolo che nel circolo mortifero dell’odio pensa di trovare gioia, e non trova altro che il deserto di ciò che ha ucciso, e dell’altro; la tristezza di colui che vede nell’altro la sua fonte di infelicità, e di conseguenza la macchia con il proprio odio; ma anche la tristezza di colui che viene annientato.
Allora cos’è che muove l’individuo a provare odio? Il proprio vuoto. Il vuoto che vuole proiettare sull’altro, e raderlo al suolo affinché sia similare al proprio. Ma c’è una cosa che rimane, al fondo. Ossia un assordante rumore di nulla. E se il nulla Beckettiano porta a guardare oltre con la consapevolezza del deserto, il nulla dell’odio porta a scavare per trovare altre persone da distruggere.
“È la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani… A ogni piano, mentre cade, l’uomo non smette di ripetere: “Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene”. Questo per dire che l’importante non è la caduta ma l’atterraggio.”
——-
G. Deleuze, “Su Spinoza. Corso novembre 1980 – marzo 1981”
La Haine – Mathieu Kassovitz
——-
Dott. Giocondo Vivone
Dott. Matteo Coglianese

Rispondi