C’è una forma di solitudine che non nasce dal rifiuto del mondo, ma da un ascolto più attento di sé. Non è chiusura, non è disamore, non è misantropia. È, piuttosto, una soglia. Un punto in cui il soggetto smette di disperdersi e comincia a custodirsi. Con il tempo, molti scoprono che il contatto continuo con il rumore del mondo — le voci sovrapposte, le richieste implicite, le conversazioni senza reale scambio — non arricchisce, ma consuma. Non perché l’altro sia “di troppo”, ma perché non ogni incontro è nutriente. Il corpo lo sa prima della mente: arriva la stanchezza, l’irritazione sottile, la sensazione di essersi allontanati da qualcosa di essenziale. Isolarsi, allora, non è una fuga. È una selezione. È il gesto di chi riconosce che non tutte le presenze fanno bene e che la qualità del legame conta più della quantità. Non si tratta di sentirsi superiori o più profondi, ma semplicemente diversi. E la differenza, quando è accolta, non ha bisogno di giustificazioni. Con l’età — o meglio, con l’esperienza — si affina una competenza silenziosa: sapere cosa risuona e cosa no. Sapere dove si è disposti a investire energia e dove, invece, è necessario ritirarla. Questo non impoverisce le relazioni, le rende più vere. Perché ciò che viene scelto, e non imposto dal bisogno o dalla paura del vuoto, ha un altro peso. Il silenzio, in questo senso, smette di essere un’assenza e diventa uno spazio abitabile. Un luogo in cui il soggetto si ritrova, si riorienta, si ricompone. Non è un silenzio sterile, ma fertile. Da lì nasce il desiderio autentico dell’altro, non come riempimento, ma come incontro. Jung parlava di una sensibilità che non può essere esposta senza misura, di una psiche che ha bisogno di protezione per non disperdersi. Potremmo dire che esiste una forma di empatia che passa anche dal sapersi fermare, dal riconoscere il proprio limite, dal concedersi una pausa senza colpa. Amare gli altri non significa essere sempre disponibili. Significa esserci quando si può esserci davvero. E quando questo accade, la presenza non è rumore, ma gesto. Non è occupazione dello spazio, ma condivisione. Forse crescere è anche questo: smettere di stare ovunque, per imparare a stare bene da qualche parte.

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Fonti:

C.G. Jung – Tipi psicologici;

Donald Winnicott – La capacità di essere solo.

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Dott. Giocondo Vivone

Dott. Matteo Coglianese

Sub Rosa

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